A review of some Middle Eastern Movies

Today’s post comes to you from our unofficial but very active and growing “Allegra Lab Italy”, and is a partial and preliminary exploration of Middle Eastern cinema. With special focus on gender issues and the Palestinian social suffering, Melissa Fiameni reviews the following movies: The Syrian Bride, Lemon Tree, Volla Touma, The Time That Remains, Miral, Salt of this Sea.

 

La Sposa Siriana (The Syrian Bride)

The_Syrian_Bride_filmRegia: Eran Riklis, Suha Arraf

Interpreti: Hiam Abbass, Makram J. Khoury, Clara Khoury, Ashraf Barhoum, Eyad Sheety

Durata: 93 minuti

Produzione: Israele, Francia, Georgia 2004

Genere: drammatico

Il film è il risultato di una ricerca, svolta nell’arco di tre anni dal regista e da Suha Arraf, sceneggiatrice israelo-palestinese, tra le alture del Golan, territorio di confine tra Siria e Israele. In queste zone vivono i drusi, minoranza di arabi musulmani che, a causa della vicinanza, si sentono più legati alla Siria, per etnia e religione.

E’ stato definito un film politico, ma allo stesso tempo è attenuato da un sottile velo di amara ironia; la sposa siriana del titolo è Mona, una giovane donna che abita in un villaggio sulle alture del Golan, occupate da Israele fin dal 1967, e promessa in moglie ad un lontano cugino, celebre attore televisivo, che vive in Siria.

Sin dalle scene iniziali, si può avvertire il senso di rassegnazione che pervade la giovane sposa: Mona, infatti, è consapevole del fatto che, una volta varcato il confine, non potrà più tornare in Israele per poter far visita alla propria famiglia, perché ormai diventata una “nuova” siriana. Ad ogni modo il matrimonio non è l’oggetto centrale della pellicola, ma solamente il presupposto di partenza per provare, poi, ad analizzare e mettere in luce contraddizioni politiche, ma anche sociali ed economiche, che coinvolgono la piccola famiglia drusa.

Attorno al personaggio di Mona orbitano molti soggetti, tutti appartenenti alla famiglia della ragazza, come per esempio il padre, filosiriano convinto, controllato a vista dalla polizia israeliana, al quale non è permesso l’accesso alle zone militarizzate di confine e di conseguenza non può prendere parte al matrimonio;  oppure i due fratelli di Mona, uno sbruffone e sciupafemmine, che fa affari con i mercati di mezzo mondo, e l’altro, esule, che ha abbandonato da anni il paese per ricostruirsi una vita e una famiglia in Russia e che non è ben visto dalla comunità né dal padre stesso, poiché non ha rispettato le aspettative delle gerarchie ecclesiastiche e non ha scelto di sposarsi e vivere all’interno del villaggio.

L’universo femminile, invece, composto dalle giovani nipoti della sposa, dalla madre e dalle zie e soprattutto dalla sorella Amal, è in graduale ma inesorabile rivolta nei confronti del mondo tradizionalista e maschilista. La figura della sorella è sicuramente molto ben tracciata e in questo si può notare il tocco di Suha Arraf, famosa per le sue idee moderniste e progressiste: le donne, protagoniste indiscusse del film, sono legate da relazioni molto intime, che evitano le differenze generazionali e culturali, nonché quelle sociali e religiose, dimostrando come sia impossibile che il loro silenzio possa durare ancora a lungo.

Il film, nel finale, non sembra però risolvere la questione: ci lascia, infatti, sospesi tra il rispetto del confine e il desiderio di volerlo superare, con l’inesorabile rischio dell’esplosione di un conflitto.

 

Il giardino di limoni (Lemon Tree)

lemon_tree_ver3_xlgRegia: Eran Riklis

Interpreti: Hiam Abbass, Ali Suliman, Doron Tavory, Rona Lipaz-Michael, Tarik Kopty

Durata: 106 minuti

Produzione: Israele, Germania, Francia 2008

Genere: drammatico

Salma Zidane è la protagonista indiscussa della pellicola scritta e diretta da Riklis, alla quale ha collaborato anche Suha Arraf. La donna palestinese, di mezza età, rimasta vedova da poco, vive in un villaggio in Cisgiordania e si prende cura del suo limoneto, giardino che, da generazioni, appartiene alla sua famiglia e che la tiene saldamente legata ai ricordi.

La sua semplice e monotona vita viene, però, sconvolta dall’arrivo di un nuovo ed inaspettato vicino, il Ministro della Difesa israeliano, che si stabilisce proprio accanto alla sua proprietà.

Per motivi di sicurezza, benché la famiglia di Salma non sia mai stata coinvolta in azioni terroristiche, viene ordinato l’abbattimento del giardino e di tutti gli alberi di limoni, onde evitare possibili nascondigli per attacchi eversivi.

Ferma sulla sua posizione e irremovibile nel voler salvare le sue piante, Salma decide di affidarsi all’abilità di un giovane avvocato, con il quale instaura anche una relazione sentimentale: il difensore riesce a portare il caso davanti alla Corte Suprema, intraprendendo una lunga e dura battaglia legale, ma almeno sulla carta, la guerra risulta impari.

Importante nella trama della storia è un altro personaggio femminile: Mira, la moglie del ministro israeliano, intrappolata in una vita dorata ma piatta e per nulla interessante. Ella è prigioniera, allo stesso modo di Salma, di una politica ostile che ha ignorato per lungo tempo la via del dialogo.

Tra le due donne, inaspettatamente, nasce un rapporto di complicità e solidarietà, che lascia intendere la speranza in un futuro diverso da quello che tutti si aspettano. Le battaglie in nome della dignità, compiute da entrambe le donne, simboleggiano allo stesso tempo la possibilità di un destino migliore, sia per quella terra, contesa da troppo tempo, sia per la parte femminile della popolazione. Tristemente, però, resteranno sconfitte,  impotenti, nonostante gli sforzi, di realizzare una pace e un’armonia che gli uomini non sanno e non voglio ottenere.

 

Villa Touma

villa-touma-movie-posterRegia: Suha Arraf

Interpreti: Ula Tabari, Nisreen Faour, Cherien Dabis, Maria Zreik

Durata: 85 minuti

Produzione: Palestina 2014

Genere: drammatico

 

La regista, nonché sceneggiatrice di film quali La sposa siriana e Il giardino di limoni, prodotti insieme a Eran Riklis, presenta il suo primo film, interamente girato a Ramallah, con interpreti palestinesi e dialoghi in arabo. Villa touma può essere definito come un dramma famigliare, ma allo stesso tempo, pur essendo un tipico film da camera, è di altissimo contenuto politico.

In un’intervista, la regista stessa ha affermato che la pellicola rappresenta la società israelo–palestinese, della quale ha voluto esplorare la dimensione umana, senza celebrare eroi o compatire vittime. E’ una semplice storia umana che tratta di semplici esseri umani.

Ambientata a Ramallah, città occupata della West Bank, la storia narra le vicende di una famiglia cristiana aristocratica composta di tre donne palestinesi, non sposate, che scelgono di autoescludersi dal resto della società, rinchiudendosi nell’antica villa di famiglia e che per sopravvivere tentano disperatamente di rimanere aggrappate alle antiche tradizioni, alla nostalgia delle glorie passate e agli orari scanditi dall’orologio appeso in soggiorno. Con l’improvviso arrivo della giovane nipote Badia, rimasta orfana, che irrompe nel buio e nel silenzio della loro villa, il loro ordine verrà sconvolto: alla ricerca di una personale redenzione e allo stesso tempo per preservare il nome della famiglia, cercano in ogni modo di far maritare la giovane ad un buon partito dell’aristocrazia cristiana.

Ma non basteranno le lezioni di piano o di francese, né tantomeno gli insegnamenti delle buone maniere e della giusta postura, o un guardaroba completamente nuovo, a soffocare la vita che è ancora dentro Badia: essa, infatti, non ha rimpianti alle spalle, ma solamente la Storia, pronta ad “abbattersi” sulla sua esistenza.

Il racconto, a mio avviso emozionante e al tempo stesso delicato, riesce a intrecciare l’educazione sentimentale di Badia e gli amori ormai perduti delle tre donne, Juliette, Violette e Antoinette. Il film riesce a offrire allo spettatore una prospettiva intensa sul rapporto tra universo maschile e universo femminile, sul forte attaccamento alle proprie radici, sul senso dell’onore e la reputazione da mantenere intatta delle tre donne, ma anche sul bisogno d’evasione della gioventù, espresso dalla voglia di libertà della giovane ragazza.

Ricco di tensione emotiva per la sua intera durata, il film raggiunge toni più cupi sul finale, ma il quartetto delle attrici protagoniste è in grado di creare un mix perfetto di amarezza, rimorso, vivacità e leggerezza.

 

Il tempo che ci rimane (The Time that Remains)

time_that_remainsRegia: Elia Suleiman

Interpreti: Elia Suleiman, Saleh Bakri, Samar Qudha,  Shafika Bajjali, Tarek Qubti

Durata: 105 minuti

Produzione: Gran Bretagna, Italia, Belgio, Francia 2009

Genere: drammatico

Quattro episodi, dal 1948 fino ai giorni nostri, costituiscono la trama del film di Elia Suleiman: tutta la serie di ricordi quotidiani, episodi comici e tragici, rimasti impressi nella memoria del regista che scorrono sullo schermo, sembrano far pensare più a un’autobiografia piuttosto che ad una semplice narrazione. Il film è una sorta di riflessione sulla storia degli arabi palestinesi dall’anno della proclamazione dello Stato di Israele ed è ispirata ai racconti del padre del regista nazareno, alle lettere della madre e ai suoi stessi ricordi. In sostanza è il ritratto di un popolo che vive e convive con l’orrore e la paura, ma che riesce ad andare avanti rifugiandosi nei piccoli gesti quotidiani.

Suleiman racconta il suo popolo, privato delle proprie radici, e le guerriglie tra palestinesi e israeliani, con uno stile che tende, a tratti, al surrealismo, riuscendo, al contempo, a costruire l’impalcatura del film con un ordine geometrico, facilmente “assimilabile” alla prima visione. La pellicola colpisce fin dall’incipit, quando il regista si ritrova costretto in un viaggio claustrofobico in taxi, in Terra Santa, sotto un diluvio incessante in piena notte, insieme ad un autista che testimonia il proprio estraniamento da un paese ormai divenuto irriconoscibile.

La particolarità del lavoro di Suleiman, però, sta tutta nel riavvolgimento della pellicola, che a ritroso nel tempo, si sofferma su quattro episodi rappresentativi, appunto, della vita nei territori occupati e di quella privata dei personaggi, che si alternano scena dopo scena. Trattando un tema complesso e delicato come il conflitto israelo-palestinese, la mossa del racconto attraverso l’uso dell’ironia è sicuramente vincente: le numerose gag, le vicende dei personaggi, come i nonni e poi i genitori del regista, passando per i vicini di casa, riescono a dipingere realisticamente la vita degli anni ’70 e ’80.

Una scena efficace che rappresenta perfettamente la forza di un popolo che, in un modo o nell’altro, non smette di combattere e continua a resistere, è quella in cui un giovane ragazzo, uscito per buttare la spazzatura, si ritrova seguito a vista dal cannone di un carrarmato, fermo sotto casa sua.

Il giovane, senza quasi badare alla presenza dell’enorme mezzo, risponde al cellulare e fa finta di niente. L’evidente messaggio che il regista vuole comunicare è che i palestinesi, pur in un regime di terrore, continuano (devono continuare!) a vivere le loro vite. Il film, ad ogni modo, sembra non voler soffermarsi su i grandi crimini commessi dallo stato ebraico, ma, piuttosto, evidenzia le infinite e piccole provocazioni di ogni giorno che consumano i palestinesi, fino a portarli alla pazzia o addirittura al pensiero del suicidio. Il titolo, quindi, rimanda al tempo che ci rimane per convertire la delusione e l’insoddisfazione, oltre che la rabbia, in un discorso cinematografico.

Miral

MIRAL-POSTER_publicity_resize-squareRegia: Julian Schnabel

Interpreti: Akexander Siddig, Freida Pinto, Hiam Abbass, Omar Metwally, William Dafoe, Yasmine Al Massri

Durata: 112 minuti

Produzione: Stati Uniti, Francia, Italia, Israele 2010

Genere: drammatico

Miral è la storia di quattro donne diverse che seguono destini diversi, con ideali diversi, nella realtà del conflitto arabo-israeliano.

‘Dar al Tifel’, in arabo, significa “la casa del bambino” ed è il nome del luogo, a metà tra un orfanotrofio, un rifugio e una scuola, fondato per necessità morale da Hindi Hussein nel 1948, quando, per caso, decide di aiutare e dare ricovero a 55 bambini palestinesi rimasti orfani dopo un attacco israeliano. Hindi è una donna coraggiosa, che abita in Palestina, in una grande casa che mette a disposizione, così come la sua intera vita, per salvare vittime innocenti del conflitto che ha lacerato e continua ogni giorno a distruggere quei territori.

Figlia di una madre troppo insicura e fragile, che drammaticamente finisce col suicidarsi, Miral viene cresciuta da un padre molto protettivo, il quale non può contare nemmeno sull’aiuto della zia della ragazza, poiché impegnata nelle proteste politiche e condannata per atti terroristici; per proteggerla da una guerra che difficilmente si può ignorare, il padre porta la bambina a Dar Al Tifel, istituto in cui rimane fino al momento del diploma.

Qui, si scontra con le idee di Hindi e, nonostante i divieti imposti dalla direttrice, Miral prende parte in prima linea alla prima Intifada, innamorandosi di un giovane terrorista e facendosi trascinare, in preda anche ai sentimenti, nel cuore della lotta politica.

Costretta a sopportare l’arresto, la tortura e i tormenti, oltre che la prigionia, Miral riesce a superare ogni evento senza opporsi e senza dire una parola. L’unica cosa che la porta a cambiare nuovamente visione e guardare il mondo in un’altra prospettiva è l’incontro con una ragazza israeliana, fidanzata del cugino. Grazie all’evolversi del loro rapporto, iniziato nel nome della diffidenza e del sospetto da parte della giovane protagonista e sfociato poi in una sincera amicizia, Miral riflette sul senso della rivolta e sui valori in cui crede. Tutto ciò contribuirà a far sì che prenda la decisione, lineare seppur problematica, di abbandonare la Palestina.

 

Sale di questo mare

saltRegia: Annemarie Jacir

Interpreti: Suheir Hammad, Saleh Bakri, Riyad Ideis

Durata: 109 minuti

Produzione: Palestina, Belgio, Francia 2008

Genere: drammatico

Soraya è una palestinese residente negli Usa, a Brooklyn, che decide, per la prima volta, di compiere il viaggio che la porterà a visitare Ramallah e la Palestina, terra d’origine della sua famiglia; giunta a destinazione, prova a recuperare i risparmi che il nonno, prima del 1948, aveva deposto in una banca locale. Ma i fondi non possono essere sbloccati e restituiti alla proprietaria a causa di cavilli burocratici legati ad una rigida burocrazia, residuo dell’occupazione militare israeliana.

Soraya vive, così, sulla propria pelle le sofferenze e le vessazioni quotidiane che i palestinesi sono costretti a sopportare e si rende conto di come anche lei, pur in possesso di un passaporto americano, sia obbligata a sottostare alle imposizioni dei soldati che, per esempio, la interrogano in aeroporto, e comincia, così, a provare ribellione e rabbia.

Grazie all’aiuto di Emad, un cameriere che non riesce ad ottenere il visto per poter studiare all’estero, e Marwan, un film-maker svogliato e pronto all’avventura, Soraya prende la decisione di derubare la banca e recuperare i soldi che le spettano. Una volta eseguito il colpo, senza intoppi, l’unica chance che rimane ai protagonisti è fuggire in direzione di Gerusalemme, fiancheggiando la costa e raggiungendo l’antica casa della famiglia di Soraya nel porto di Jaffa. Girovagando per le vie della città e individuata la casa, sono invitati a entrare dalla donna israeliana che ora vive al suo interno; Soraya osserva le piastrelle con cui il pavimento è rivestito, le vecchie porte di legno e si rende conto di come lo spazio sia stato trasformato dai nuovi proprietari, e forse presa da un “senso di casa”, di appartenenza e amore nei confronti delle sue radici, reclama a gran voce la proprietà della casa dei suoi avi.

Il viaggio on the road continua attraverso altri luoghi della Palestina, ma la conoscenza di questo paese, dopo aver visionato il film, resta frammentata. Durante le scene a Ramallah, per esempio, non si riescono a cogliere tratti saliente di vita quotidiana; raramente lo spettatore è “trasportato” nello spazio intimo della vita dei palestinesi o nelle difficoltà che essi devono affrontare giorno dopo giorno.

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